Milchkaffee und paniertes Schnitzel, bitte.

In questi mesi ho lavorato in un ristorante argentino a Berlino -ma premetto che la cosa che più poteva richiamare l’Argentina, lì dentro, erano i due barman cubani.

In questi mesi ho osservato divertita alcune consuetudini, o forse soltanto “concessioni” alimentari che qui sono pane quotidiano e che in Italia farebbero venire un’ulcera anche al mangiatore più trasgressivo. Bistecca e cappuccino, oltretutto raffreddatosi perché ordinato in attesa della carne. Cappuccino che spesso bissava quello sorseggiato prima assieme ad un mojito, o che, per gli insaziabili, seguiva una cioccolata calda con panna che aveva poco prima accompagnato dei nachos con pollo e formaggio. Il tutto, ovviamente, poteva accadere tanto alle 11 di mattina quanto alle 10 di sera, tanto con 3 quanto con 35 gradi.

In questi mesi mi sono abituata a chiedere ai clienti, in un tedesco piuttosto maccheronico: “Hat es gut geschmeckt?” (“Era buono?”) anche se tendenzialmente cercavo di farlo soltanto quando vedevo che il piatto era vuoto. Ai vari “Sehr lecker!” (“Molto buono!”) o “Wunderbar!” (“Fantastico!”) mi sono abituata a rispondere con un “Freut mich” (“Mi fa piacere”), mentre alle rare lamentele con un semplice “Tut mir Leid” (“Mi dispiace”) oppure con la scusa di non aver capito bene.

Il momento più bello in assoluto era però quello dei gruppi, ed in effetti ad avermi ispirato è stata l’irruzione, pochi giorni fa, di un gruppo cospicuo ed insolito. Insolito perché composto per la maggior parte da italiani, molti dei quali giovani, probabilmente in viaggio qua a Berlino per motivi di lavoro, e per una piccola minoranza da tedeschi.

Ecco, l’esperimento consisteva nell’osservare i diversi approcci delle due “componenti” del gruppo ad un’identica situazione “mangerecciImmaginea” caratterizzata dallo stesso “menù di gruppo”: per antipasto “gemischter Salat” (“insalata mista” con una sorta di salsa rosa), come portata principale “paniertes Schnitzel mit Kroketten” (“cotoletta con crocchette di patate”) ed infine per dessert una sorta di mousse di vaniglia e cioccolato. Già all’ingresso nel locale, l’atteggiamento era diverso: i tedeschi erano contenti, sapendo che comunque fosse andata sarebbe stato un successo. Salutavano sorridenti e cominciavano a sedersi. I pochi arrivati in anticipo rispetto al resto del gruppo nell’attesa ordinavano un “Milchkaffee” -che comunque non guasta mai- incuranti di quale fosse il menù previsto. Gli italiani entravano restii, si guardavano intorno, si leggeva nelle loro facce -e neanche troppo tra le righe- una precoce ma (col senno del poi bisogna ammetterlo) ragionevole rassegnazione. Ed ovviamente non facevano in tempo a sedersi che stavano già chiedendo quale fosse il menù e se si potesse trovare qualche scaltra soluzione per raggirarlo e per sostituirlo con qualcosa di più “commestibile”. Questo, ripeto, ancor prima di sedersi.

I tedeschi avevano deciso dopo pochi secondi con cosa accompagnare il menù, a loro ancora incognito: acqua, birra, Cola, o “Apfelschorle” (succo di mela allungato con acqua frizzante, bevanda che qua fa impazzire grandi e piccini). Gli italiani, dopo quindici minuti, stavano ancora leggendo la carta dei vini, con la speranza che un’adeguata innaffiatura potesse migliorare un piatto da loro per partito preso già considerato non squisito. Ed ancora il pane a tavola -più volte richiesto dagli italiani, mai dai tedeschi- e le diverse reazioni alla troppo zelante velocità del servizio, che sostanzialmente metteva i commensali contemporaneamente davanti alle tre portate, come se si potessero alternare un morso di Schnitzel ed una cucchiaiata di mousse. Tale “frettolosità” veniva accettata senza un frizzo dai tedeschi, un po’ meno dagli italiani che, nonostante i volti restii, alla fine volevano sempre avere il tempo di ripulire il piatto con scarpette un po’ incoerenti.

Dopo i quindici minuti contati di pasto, nello sparecchiare ho chiesto soltanto ai tedeschi se fossero soddisfatti, mentre mi sono astenuta, per ovvi motivi, dal chiederlo agli italiani. Il mio eloquente silenzio non è riuscito tuttavia ad arginare i vari commenti, e mentre i clienti teutonici si mostravano esageratamente soddisfatti della “paniertes Schnitzel” e di tutto il resto, gli italiani domandavano: “Ma adesso arriva cibo vero o possiamo cominciare ad ordinare i caffè?

Infine, le mance. Qui non ho prove, perché nel ristorante non spetta a me “riscuotere”. Tuttavia, dai commenti ma soprattutto dalle facce -visto che i commenti, nel ristorante argentino, avvengono in arabo– dei miei colleghi, ho intuito che quelle dei tedeschi erano state molto più laute.

In ogni caso, c’è da dire che, qui in Germania, lasciare una mancia del 6-10% del totale è usanza quasi “obbligatoria”, e non necessariamente espressione di un maggiore o minore apprezzamento. D’altronde un po’ come, per noi, fare la scarpetta. O no?

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