E la mia pelle diventa rossa come il fuoco

Durante i primi giorni di quarantena strinsi un patto con me stessa.

Mi piace l’utilizzo, in questa frase, del passato remoto: nel parlare lo uso raramente e, se lo faccio, lo pronuncio velocemente per non attirare su di esso l’attenzione dell’interlocutore, come se un tempo verbale potesse incutere soggezione. Eppure, nello scrivere questo strinsi, il passato remoto si è affermato così energicamente da non lasciar alcuno spazio all’alternativa, ben più usuale, del passato prossimo. L’immediatezza e la naturalezza di questa imposizione linguistica è una cifra della potenza del linguaggio e di come ogni parola, nello stesso momento in cui prende forma, orale o scritta, sia dotata di un’energia viva e autonoma da cui il parlante (o lo scrivente) non può affrancarsi.

Provocando, con un pizzico di masochismo, parole e linguaggio, provo a riformulare la frase e sostituisco il passato remoto con il più ordinario (per le mie latitudini) passato prossimo:

durante i primi giorni di quarantena ho stretto un patto con me stessa.

Stride, al mio orecchio: la prossimità psicologica che questo tempo verbale vuol comunicare nel materializzarsi in nove lettere collide violentemente con l’intento di narrare un’azione conclusa e che non presenta effetti percettibili nel presente (parlo, chiaramente, del mio presente – ovvero quello del narrante). Questo stridore non lascia adito a dubbi e mostra come, soprattutto di fronte ad eventi eccezionali (come è stata la quarantena), il passaggio da una narrazione presente, pregnante e vivida, a quella tenue e sfumata della nostalgia (e del passato remoto) sia indubbio, immediato, quasi traumatico.

Il patto che strinsi con me stessa a inizio quarantena, dunque, mi vietava di comprare libri, tanto in libreria quanto online, imponendomi di esaurire le dimenticate scorte, impilate sugli scaffali e impolverate dal tempo; pur avendo rispettato il patto solo a metà, il ritorno in libreria dopo il lockdown è stato comunque coronato dalla sensazione di soddisfazione e libertà che si prova a sacrificio compiuto (e terminato). Gli scaffali delle librerie sono labirinti in cui perdersi è piacevole e, mentre mi perdevo, sentivo che i nostalgici colori tenuemente sfumati del mio patto lontano si confondevano con quelli più vividi, ma altrettanto sfumati, di un domani speranzoso. Il libro che avevo in mano, entusiasta, nell’uscire dalla libreria era infatti Future: il domani narrato dalle voci di oggi (effequ editore, 2019): un’antologia di undici autrici afroitaliane raccolta e curata da Igiaba Scego, scrittrice di romanzi e saggi italo-somala.

Nella parte introduttiva del libro, I. Scego si espone in un J’accuse in cui denuncia l’Italia per non aver mai riconosciuto i figli di immigrati come i propri figli e per averli, al contrario, abbandonati in quella che lei definisce una Terra di Mezzo. Dice Igiaba Scego:

noi lo sentivamo, questo stare in mezzo. Sapevamo di non essere migranti come i nostri genitori, ma non eravamo nemmeno gli italiani pizza pasta mandolino dello stereotipo. Eravamo in mezzo, semplicemente. In mezzo tra gli spaghetti e il cous cous.

Ho sempre provato un pizzico di invidia per chi stava nel mezzo. Ne invidiavo la possibilità di avere a disposizione strumenti di unicità esotica irreperibili per tutti gli altri, per noi italiani. Ne invidiavo la capacità di parlare due o più lingue senza (apparente) fatica, e mi affascinava (e commuoveva) il fatto che una migrazione avrebbe potuto trasformarsi in un riscatto personale e sociale. Il tempo che trascorrevo al parco, da ragazzina, durante i tornei di calcio latino-americani era, per me, un vigoroso tentativo di provare quella sensazione di stare nel mezzo. Non pensavo che quel sentirmi privilegiata e, in un certo senso, definita -quelle stesse sensazioni che mi infastidivano- erano espressione di una garanzia che, se mi ci fossi trovata davvero, nel mezzo, avrei rincorso a tutti i costi. Non sapevo, allora, che la cittadinanza italiana si acquista iure sanguinis, cioè se si nasce o si è adottati da cittadini italiani (salvo per rare eccezioni), secondo una logica che, oltre ad essere indiscutibilmente anacronistica, è anche palesemente ingiusta. Non poteva venirmi in mente che, come scrive Igiaba Scego,

c’erano tanti nodi da sciogliere con questa nazione, soprattutto il nodo della cittadinanza. […] Chi nasceva e cresceva in Italia come figlio di genitori stranieri rischiava di diventare a 18 anni straniero nella propria nazione […]. Eravamo parte di questa Italia ma la legge dello stato ci negava ciò che era nostro. Era come sentirsi orfani. Era triste sapere che la propria madrepatria, perché volente o nolente l’Italia lo è stata e lo è ancora, ti rifiutava.

Leggo queste parole mentre mi addentro nelle pagine di Future durante un noioso e interminabile turno di lavoro, quando sento un vociare di bambini fuori dalla porta, e lo seguo incuriosita: l’Italia accogliente è in quarantena, praticare attività ludica all’aperto vietato, le uscite domenicali distopiche. Esco e mi trovo davanti quattro ragazzini tra i dodici e i tredici anni, e un pallone in mezzo. Elena mi colpisce per i suoi ricci indomabili che, vittima della ribellione incondizionata e ad ampio raggio a cui l’adolescenza condanna, tenta di contenere sotto un cappellino a visiera dove riposa il nome di Bob Marley; suo fratello Antonio è un fiume in piena arginato da una maglia della Juve e ci tiene a proclamare il suo amore per il web, Netflix, il calcio e, soprattutto, la storia. Dopo averci chiesto, con brillante innocenza, perché Mussolini si è alleato con Hitler?, trattiene maldestramente il desiderio di volersi auto-rispondere mentre il suo sguardo impaziente è rivolto al mio collega che, in pochi istanti, riesce a condensare in maniera più che convincente anni di scuola e decenni di approfondimenti in merito. La timidezza di Elena si apre con un sorriso sincero e maturo ad ogni slancio di esuberanza del fratello: annuisce dolcemente a mostrare il suo accordo anche quando lui, invitato a una riflessione sulla sospensione della scuola durante il lockdown, sancisce che

i bambini che pensano di essere fortunati perché adesso non vanno a scuola non saranno fortunati in futuro, perché sapranno meno cose e sarà più difficile per loro trovare lavoro.

Elena e Antonio sono arrivati dall’Etiopia quattro anni fa con i genitori e gli altri fratelli (mi sembra fossero due). Catalina e Claudio, invece, vengono dalla Romania. Claudio si mantiene in disparte mentre noi intavoliamo lunghe conversazioni su migrazioni, lingue, scuola, fascismo, calcio e tecnologia: benché sia inequivocabile che lui trovi quei discorsi noiosi, rispetta il momento altrui a cui ha deciso di non prender parte e, con il suo corpo dinoccolato a godersi il sole, attende. Dopo un quarto d’ora abbondante, Antonio si ricorda (e ci confida) di essere il cugino di Antonio Cassano, e decide tutt’a un tratto che quei discorsi da grandi hanno, forse, annoiato anche lui: con fare deciso trascina Claudio con sé alla ricerca del pallone che, nel frattempo, era scivolato via dalla loro attenzione e si era smarrito nei meandri delle nostre conversazioni. Catalina intuisce che il suo momento è arrivato, e che non può lasciarselo scalfire dalla timidezza: mi racconta di essere innamorata (non credo abbia usato questo termine, ma romanticamente scelgo di renderlo così) di un suo compagno di classe, T., e di aver deciso di volersi dichiarare. Secondo i suoi programmi, e a garanzia di tutela della propria dignità in caso di fallimento, lo dovrebbe fare quest’estate, quando la scuola media sarà conclusa e le loro strade, probabilmente, si separeranno.

Il futuro di cui parla Igiaba Scego è davanti a me, ed è davanti a tutti noi, da decenni, ormai, ma viviamo in un paese che lo inchioda in un presente senza fine e che da tempo ha scelto di resistere vigorosamente al cambiamento, crogiolandosi in un conservatorismo arrogante e miope (o, meglio, presbiope). Scrivono Leila El Houssi (docente di Storia del Medio Oriente presso l’Università di Firenze e autrice di uno dei racconti della raccolta Future) e Igiaba Scego per L’Espresso:

e se il razzismo conclamato è una delle manifestazioni di questo disprezzo, va detto che ci sono anche modi sottili per non far partecipare al banchetto della nazione i corpi considerati non a norma. Infatti, in Italia è raro vedere un guidatore di bus afrodiscendente, una docente nelle scuole e nelle università di origine araba, o un giornalista di altra origine all’interno delle redazioni delle testate. […] I luoghi della cultura e della formazione spesso sono interdetti, perché il corpo altro e la mente altra sono accettati solo come corpo e mente subalterni.

Provo una sincera rabbia per questo futuro inchiodato ad un presente che sa di vecchio. Quando consiglio a Catalina di scrivere una lettera a T., nei suoi occhi si accende l’entusiasmo che un’idea antiquata, ma foriera di un vento di novità, può suscitare. Prendiamo carta e penna, scegliamo un posto all’ombra e ci sediamo vicine (alla faccia del distanziamento fisico, quando si scrivono lettere d’amore): sorride, cerca suggerimenti, si concentra e comincia a scrivere lentamente, ma il risultato è quello di una grafia ordinata e curata in ogni sua lettera. Nel frattempo Antonio e Claudio sono tornati e, di malumore per non essere riusciti a recuperare il pallone, sollecitano le rispettive sorelle mediante l’ignobile arte del ricatto (innocente). Catalina, pur risentendo della pressione, trae in salvo la sua penna affondata nel profondo blocco dello scrittore e, mentre Elena placa da lontano gli animi impazienti dei fratelli, scrive l’incipit della sua lettera nel presente senza tempo del suo Amore:

T., quando ti vedo mi scoppia il cuore e la mia pelle diventa rossa come il fuoco.

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