Tempismo mediterraneo- racconti da Tunisi

Mi aspettavo, al massimo, di essere svegliata dal richiamo alla preghiera del muezzin, e invece dal dormiveglia sento caroselli e canti di giubilo di cui non comprendo né il significato né la portata storica. Non immagino affatto che l’indomani avrei maledetto quella decisione presa dal mio corpo contro la mia volontà, di rigirarsi nel letto ignorando i molteplici segnali -inequivocabili, con quel famoso senno di poi- provenienti dall’ambiente circostante; decisione supportata almeno in parte da una qualche forma di coscienza che, pur concessasi alle braccia di Morfeo, non si sarà fatta sfuggire l’occasione di ingannare, a favore di entrambi, quel corpo perennemente in tensione in cui è contenuta (appunto, il mio): “rilassati, alle 20 è scattato il coprifuoco, non ti stai perdendo nulla, rigirati nel letto, dormi”. E quindi, continuo a dormire. Non colgo minimamente il fatto che mi trovo solo di poco ai margini di una folla riunitasi per abbandonarsi ai festeggiamenti di (presunta) liberazione da una situazione economica, politica, sanitaria e sociale divenuta insostenibile.

Mi trovo a Tunisi il 25 luglio 2021, una data che verrà menzionata nei libri di storia, e a cui solo una buona dose di fortuna e un tempismo invidiabile mi hanno donato l’opportunità di prender parte.

Mi sveglio fresca e riposata, l’indomani mattina. La sensazione estatica di essere sola, nessun vincolo, la libertà di disporre delle mie energie e del mio tempo. Una sensazione che da tempo non provavo, e per limiti impostimi da nessuno che non fossi io stessa. Nel cortile di casa il sole filtra, attutito dalla vegetazione ma imperterrito, tra felci lussureggianti, alberi di olivo, bouganvilles e piante di gelsomino dai fiori giganti, il cui odore meraviglioso e prepotente sembra quasi che voglia dichiarare guerra al cocente sole dell’al di qua del Mediterraneo, che più tu mi bruci e più io ti inondo del mio profumo; rimiro l’intensità del giallo che colora porte e finestre, e quella del blu della scala a chiocciola in ferro battuto, percorrendo la quale si raggiunge l’ampio tetto assolato, da cui godersi la vista di tanti altri tetti bianchi, dei panni stesi, del mare. Trovo difficile spiegare, anche a me stessa, quali sono quegli elementi, che per esperienza potrei definire così distanti l’uno dall’altro, che contribuiscono in maniera apparentemente aleatoria ad accendere attorno a me il focolare di casa.

Comunque, il mio animo è in festa. Non mi aspettavo che lo fosse, stamattina, anche per la mia host, che mi viene incontro gridandomi esultante che gli islamisti non esistono più in Tunisia, sono stati tutti cacciati. Non capisco niente, un po’ perché ho una conoscenza piuttosto superficiale, per non dire nulla, della politica interna tunisina, un po’ perché intuisco che si tratta di un’affermazione semplicistica o, magari, semplificata per me in quanto forestiera. Riesco a comprendere qualcosa in più parlando con diverse persone in giro per Tunisi, ma soprattutto leggendo l’articolo di Leila Benhadj Mohamed e ascoltando l’intervista di Giada Frana per il sito d’informazione L’altra Tunisia, e quella di Dario Fabbri per Limes (più incentrata, quest’ultima, sulle ingerenze estere sul Paese nordafricano).


Breve accenno ai fatti

Da mesi si susseguono, nel Paese dei gelsomini, proteste di malcontento da parte di un popolo stanco dei continui rincari dei beni di prima necessità, della malagestione della pandemia e dell'incapacità del governo di dare risposte concrete. L'esacerbarsi della crisi sanitaria dovuta al Covid-19 (attualmente è in corso una quarta ondata che ha portato al collasso delle strutture ospedaliere, e solo il 7-8% della popolazione è vaccinata) ha gettato una buona dose di benzina sul fuoco, e diverse realtà hanno organizzato diverse manifestazioni per domenica 25 luglio (64mo anniversario della Repubblica tunisina) invocando una risposta politico-istituzionale. Il Presidente Kais Saied ha quindi risposto alle proteste appellandosi all'articolo 80 della Costituzione tunisina, e rimuovendo il primo ministro Mechichi dal suo incarico, congelando l'attività parlamentare e sospendendo l'immunità parlamentare per trenta giorni. Da qui i festeggiamenti per le strade, e da qui anche le reazioni dei vari attori politici (primo fra tutti, il partito di orientamento islamista moderato Ennahdha), che hanno gridato al colpo di stato. Gli sviluppi sono ancora poco chiari, ma gli scenari plausibili potrebbero concretizzarsi -cito nuovamente Giada Frana- in un ripristino di un regime presidenziale di tipo autoritario, oppure in un'inflessione plebiscitaria della democrazia tunisina (nella direzione di una democrazia presidenziale, costruita istituendo un rapporto di fiducia tra il presidente ed il popolo tunisino, che implicherebbe una riforma costituzionale e quindi un referendum popolare), o ancora nell'instaurazione di un rapporto di forza temporaneo, per cui il Presidente porterebbe la maggioranza parlamentare a un compromesso politico che sia più favorevole al blocco presidenziale, ottenuto principalmente attraverso la neutralizzazione degli altri partiti politici, e in particolare di Ennahdha (ora capisco cosa voleva dire la mia host). 

Come al solito, il filtro della distanza, dei social e dei media restituisce solo una piccola parte della realtà. In questo caso, restituisce una crisi politico-istituzionale le cui conseguenze immediate (non parlo, chiaramente, di quelle future) sono confinate in qualche palazzo istituzionale, e al massimo si riverberano per qualche giorno in alcune piazze delle principali città.

Per il resto, però, la vita quotidiana sembra procedere come sempre, ai ritmi contraddittori di una metropoli nordafricana nevroticamente lenta e assopita dalla canicola estiva.

A questa normalità mi sto adattando, ed è questa normalità che vorrei raccontare con qualche immagine. Nel vagone del treno che si trascina a fatica da La Marsa a Tunisi centro, tre ventilatori su quattro sono fuori uso. Di fronte a me siede un uomo con in mano un unico foglio di giornale, in arabo; lo legge rapidamente per poi farne un utile ventaglio. Dopo qualche stazione lascia il posto a una donna sulla cinquantina, gli occhi lucidi dietro un paio di occhiali da vista dalla montatura spessa e le punte delle dita macchiate di henné, raccolta in un abito coprente dai motivi che si intonano con il territorio; gioca nervosamente con pollice e indice con il biglietto del treno da ottanta centesimi di dinaro (l’equivalente di 25 centesimi di euro circa), mentre il ragazzo in piedi accanto a lei stermina pedissequamente i germi delle sue mani con un gel disinfettante. Quasi tutti indossano la mascherina; c’è qualcuno che, coerente con la propria noncuranza, non la mostra proprio -cioè neanche appesa al braccio, o a coprire la bocca o il mento. L’atmosfera rimane civile, forse il caldo estremo porta ad essere più tolleranti, o forse non si è sviluppato quell’ (iper)-controllo orizzontale da Covid-19 che ho imparato a riconoscere, nell’ultimo anno e mezzo, come fonte di insopportabili e spesso inutili discussioni. Nelle spiagge intorno a Tunisi, bikini e burkini se la giocano alla pari; la bevanda più venduta è il tè (caldo) alla menta e le borse frigo sotto gli ombrelloni mi ricordano che il Mediterraneo potrebbe e dovrebbe tornare ad essere, in molti sensi, un mare che unisce.

Cerco, quando posso, di parlare con le persone, pur con le difficoltà linguistiche del caso; la parte più difficile è cercare di riconvertire i frequenti tentativi di approccio nei miei confronti -per lo più maschili, e a volte un po’ molesti- in occasioni di scambio, in conversazioni divertenti, in opportunità di apprendimento. Devo ammettere che a volte mi manca l’energia per provarci, e che non sempre ho la fortuna di riuscirci; ma quando percepisco di riacquisire finalmente un’identità, agli occhi del mio interlocutore, e di essermi svincolata dall’asfissiante categoria della turista donna sola ed europea, allora è lì che veramente mi sento al posto giusto, e torno ad assaporare il gusto agrodolce del viaggiare.


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