Donnadamare

Pochi giorni fa riflettevo sul diverso prestigio sociale che rivestono, culturalmente, alcune professioni o attività rispetto ad altre. Indubbiamente questo prestigio sociale è fortemente  influenzato dalla responsabilità che tale professione o attività sottende. Per fare un esempio: nell’immaginario collettivo il prestigio del medico è elevato perché dal suo operato dipende la salute o la malattia del paziente, per non arrivare a dire, in alcuni casi, la vita o la morte. Il punto è che la responsabilità di cui ci si prende carico nel momento in cui si svolge un’attività è sì, in parte, intrinsencamente connessa al tipo di attività in questione; tuttavia, è innegabile che il peso che assume varia estremamente a seconda di come chi se ne fa carico sceglie di agire. 

Sono partita da così lontano per portarvi l’esempio di un operatore della Caritas di Assisi, Antonio Caschetto, che ho avuto la fortuna di conoscere pochi mesi fa e che, nello svolgere il suo lavoro, si assume responsabilità che vanno ben oltre quelle che gli spetterebbero di routine.  La Caritas di Assisi ospita attualmente, in dodici diverse strutture, settantacinque di quei migranti che vediamo dalla televisione arrivare dal mare ma che, in realtà, iniziano il loro viaggio molto più lontano, in Nigeria, Camerun, Costa d’Avorio, Mali, e magari prima di attraversare il Mediterraneo il mare non l’hanno neanche mai visto. Antonio e gli altri operatori si occupano di prendersene cura durante quel periodo di tempo che intercorre tra il loro arrivo in Italia e il famoso/famigerato colloquio con la Commissione Territoriale, organo dal nome altisonante che ha la funzione di stabilire se e quale tipo di protezione internazionale spetti a ciascuno dei tanti richiedenti, sulla base della situazione politica del paese d’origine, dello stato psico-fisico del richiedente o di altri elementi. (Per approfondimenti, ecco una scheda tecnica aggiornata a gennaio 2016:  http://www.meltingpot.org/La-procedura-per-il-riconoscimento-della-protezione.html#.WBML4xmpXqA )

Io, questo colloquio con la Commissione, me lo immagino più o meno così: in un’aula grande dalle pareti bianche, il soffitto alto e il pavimento che pende lievemente verso il centro, a mò di imbuto; il richiedente davanti a un microfono, seduto su una sedia nel mezzo, quasi come se da un momento all’altro potesse essere risucchiato da quest’imbuto, e i Commissari ai quattro lati della stanza, intorno all’esaminando ma a debita distanza, intenti ad elaborare le domande da sottoporgli o a valutare la pertinenza delle sue risposte. Un vero e proprio esame, di quelli che si ripresentano negli incubi a cadenza regolare. 

Immagino la tensione psicologica che può provare chi si trova, magari per la prima volta nella vita, a sostenere una prova orale il cui voto finale definirà il suo destino geografico e le sue sorti, per lo meno nel breve-medio periodo, e che consiste, in molti casi, nell’esternare agli esaminatori un vissuto traumatico che sarà oggetto di giudizio e di analisi. Immagino la tensione dei mesi che precedono questo confronto cruciale, mesi che possono essere due/tre ma anche sette/otto, durante i quali la volontà d’integrazione nel tessuto sociale del luogo di arrivo è, purtroppo, spesso subordinata alla primaria necessità di ottenere un esito positivo in Commissione.

In questo contesto di umane e legittime ansie e paure, Antonio ha dato il via per sua propria inziativa a un progetto cinematografico in lingua italiana che assume un ruolo, a mio avviso, terapeutico: non si tratta, infatti, solo di offrire ai ragazzi e alle ragazze la possibilità di svolgere un’attività ricreativa e sociale, e neanche si potrebbe ridurre il tutto a un mero esercizio linguistico -seppur indubbiamente più eccitante di quello che potrebbe essere svolto da seduti in una classe. È il fatto stesso di prendere parte a un progetto i cui frutti non saranno immediati che fa sì, a mio avviso, che questi uomini e queste donne si sentano accolti, accuditi e soprattutto agenti attivi in una realtà di cui altrimenti rimarrebbero solo esperienti in balia di ciò che li circonda.


Il  cortometraggio si chiama “Donnadamare -superfluo soffermarsi sull’intrigante gioco di parole- e racconta la storia di Aisha e di Xuxlaz,  due giovani il cui amore è ostacolato dalle rispettive famiglie, di diversa estrazione sociale. La trama  è stata ideata e scritta da alcuni degli ospiti delle dodici strutture, tradotta poi dal francese all’italiano da Antonio e da vari gruppi di volontari in viaggio ad Assisi, e quindi rielaborata dallo stesso Antonio, che ha scritto la sceneggiatura riadattando in parte l’intreccio ai fini della resa cinematografica. Infine (e citerò solo alcuni di coloro che hanno dato o stanno dando un contributo al progetto) alcuni ragazzi pakistani hanno fornito costumi e tappeti, alcune suore i locali per le riprese, Juan Carlos dal Venezuela la sua maestria nell’utilizzo della cinepresa, Roberto da Perugia i microfoni, Mamadou, Lamaranà, Boubacar, Ousman, Fatim e Patricia e tutti gli altri attori la faccia e l’impegno, serio e divertito. 

Ecco, quello che mi interessava era condividere un’iniziativa che è testimonianza di qualcosa che sembra ovvio, ma che troppo spesso ho la sensazione che non lo sia: non è il tipo di dovere che ci spetta a definire chi siamo, ma il modo in cui liberamente decidiamo di compierlo. Osservando alcune riprese di “Donnadamare” ho avuto la sensazione che Antonio abbia deciso, liberamente, di farsi carico di un progetto impegnativo con cui è riuscito a trasmettere appieno il proprio Essere agli Altri.

Per chi fosse interessato, il cortometraggio sarà proiettato alla Mostra del Cinema di Spello a febbraio 2017.

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